Volo in ombra

15 ottobre 2012

La narrazione a sfondo autobiografico di una delle voci più interessanti della letteratura elvetica in lingua italiana; l’ombra inquietante che si staglia su un momento poco indagato della storia nazionale; il lavoro di diploma di un giovane cineasta ticinese. Sono gli elementi alla base di “Volo in ombra”, documentario di Olmo Cerri ispirato al romanzo omonimo di Anna Ruchat, che sarà presentato in anteprima giovedì 18 ottobre al cinema Lux di Massagno. Al centro del documentario la figura del papà di Anna, scomparso in un oscuro incidente aereo.
“Tutti i piloti militari del mondo prima di diventare piloti sognavano semplicemente di volare. André Ruchat – esordisce l’autore nella sua presentazione – era uno di loro. Il suo sogno si è infranto il 25 ottobre del 1960 sulla pista dell’aerodromo militare di Meiringen. Aveva 24 anni. Ha lasciato la giovane moglie Flora e la figlia Anna, appena nata. E una scia infinita di domande. Domande che sono cresciute con Anna e che l’hanno portata a intraprendere, tramite la scrittura di un libro, una ricerca esistenziale per svelare una verità complessa, nascosta tra sogni di gioventù, segreti familiari e ragioni di stato”. Nel documentario la Ruchat ripercorre la sua ricerca in cui si è trovata a “lottare contro i segreti di Stato e contro altrettanto impenetrabili segreti famigliari, ma soprattutto contro se stessa e la propria paura di dare corpo a quell’ombra impalpabile ma sempre presente che il giovane padre era stato, di vederne sancita la morte e quindi la definitiva scomparsa”.
Il documentario sarà trasmesso su LA 1 nell’ambito de “Il Filo della Storia” giovedì 25 ottobre alle 22.35, in occasione del 52° anniversario della scomparsa di André Ruchat.


I Frontaliers e la radiotelevisione

22 giugno 2012

Ci ha messo pochi giorni, il contatore di You Tube, a registrare il visionamento numero 3000 di “I Frontaliers e la RSI”, primo di una serie di quattro video che raccontano l’attività della radiotelevisione. Inutile sprecare la parola “successo”: quando si tratta dei Frontaliers, il duo di gran lunga più celebre della Svizzera italiana, il sostegno indiscriminato da parte del pubblico sembrerebbe un fatto acquisito. Però in questo caso non si tratta delle scenette alla dogana di Bizzarone cui Paolo e Flavio ci hanno abituati, ma di filmati più lunghi in cui i Frontaliers sono solo uno degli elementi. Insieme al regista Nick Rusconi e a Marco Bielli che si è occupato della produzione, infatti, abbiamo realizzato la serie con l’obiettivo di raccontare la RSI e le sue attività, di spiegare il senso di un’azienda di servizio pubblico, di sottolinearne l’importanza per la Svizzera italiana. La risposta convinta da parte del pubblico ci ha dato ragione. Proprio nei giorni scorsi – sul sito RSI, su You Tube e su Facebook – è stato pubblicato l’ultimo dei quattro episodi

Gusberto Bussenghi e Costante Bernasconi

Gusberto Bussenghi e Costante Bernasconi

, che racconta l’importanza della RSI come memoria storica del Paese. Un filmato che introduce due nuovi personaggi nella saga Frontaliers: lo “sfrosatore” Gusberto Bussenghi e la guardia di confine Costante Bernasconi. Ovvero, i nonni dei nostri eroi: già sessant’anni fa, ai tempi “eroici” del contrabbando, impegnati in duelli all’ultima battuta sul filo della ramina. Per l’occasione, la colonna sonora del video – una particolarissima versione della canzoncina del frontaliere di Usmate Carate, ideata ed eseguita nientepopodimeno che dal maestro Diego Fasolis – è a disposizione degli appassionati come suoneria per il cellulare, scaricabile direttamente dal sito RSI.ch.


Internet come la Parigi del 1900

5 marzo 2012

C’eravate, una quindicina d’anni fa, quando sugli schermi dei nostri (primi) computer cominciavano a caricarsi, con una lentezza che oggi non riusciremmo a tollerare, le prime pagine Internet? Fra chi c’era, in quegli anni pionieristici della navigazione online, in pochi avranno resistito alla tentazione di andare in giro per il web, saltando da un sito all’altro senza meta, curiosando fra le pagine come negli anni ’60 e ’70 si curiosava, con gli occhi pieni di meraviglia, fra le bancarelle di Portobello road. Un girovagare senza scopo apparente, guidati (Google non c’era ancora) da link e collegamenti spesso casuali.
In un bell’articolo pubblicato qualche settimana fa sul New York Times, lo studioso bielorusso Evgeny Morozov rievoca quell’attività citando una definizione straordinariamente icastica: quella di “ciberflâneur”, e cioè appunto “l’utente che vaga per la rete in cerca di nuove scoperte”. Una definizione che richiama quella di “flâneur” coniata da Walter Benjamin nei suoi Passages, diario della nascita della modernità visto attraverso gli occhi di chi vagava per le gallerie di Parigi alla fine dell’Ottocento.
Allora sembrava che il flâneur (colui che “vagava tranquillo per le strade della città, e soprattutto per le sue gallerie – quelle eleganti, vivaci e frenetiche file di esercizi commerciali coperte da tetti di vetro – praticando quella che Honoré de Balzac chiamava la gastronomia dell’occhio”) fosse il simbolo più rappresentativo di questa nuova figura di osservatore curioso del mondo che è nata con Internet. In realtà, commenta mestamente Morozov, “il triste stato in cui si trova Internet oggi” lascia supporre che si trattava di un’impressione del tutto errata.
È proprio così: gironzolare senza meta per il web ormai non capita più. I nomi stessi dei primi browser (Explorer, Navigator) hanno ormai tradito la loro ispirazione “romantica”: la rete non la si esplora più, la si percorre a bordo di Google, e spesso senza neanche dover uscire dal motore di ricerca, una volta trovata la risposta che stavamo cercando. Che cosa è accaduto?
È accaduto nel mondo di Internet ciò che era accaduto con l’avvento della modernità a Parigi e nelle grandi città europee. L’ambiente urbano smise di essere un luogo affascinante in cui “osservare, immergersi nella folla, assorbirne i rumori, il caos, l’eterogeneità e il cosmopolitismo” (ciò che faceva il flâneur, con la lentezza che caratterizzava i suoi movimenti), per diventare il centro della razionalizzazione sociale, dei grandi magazzini in cui si trova tutto, della velocità.
Nello stesso modo, spiega Morozov, oggi Internet “non è più un posto adatto alle passeggiate: è un posto dove si va a sbrigare delle faccende. Quasi più nessuno, ormai, naviga davvero in rete. Il successo del cosiddetto “paradigma dell’applicazione”, in base al quale apposite applicazioni per telefoni e tablet ci consentono di fare ciò che desideriamo senza neppure dover aprire il browser o visitare il resto della rete, ha reso la ciberflânerie meno verosimile”.
Facebook, a sua volta, è il tempio in cui la “tirannia della socialità” celebra i suoi riti. “Facebook vuole costruire una rete dove guardare film, ascoltare musica, leggere libri e perfino navigare online siano attività svolte non soltanto in modo aperto, ma anche sociale e collaborativo”. Con la conseguenza che la solitudine, un tempo dimensione della coscienza di sé, imprescindibile per trasformare l’esperienza sociale in esperienza personale, perde di importanza. L’idea “che l’esperienza individuale sia in qualche modo inferiore a quella collettiva” è il carburante per gli sviluppi prossimi venturi di Facebook. E speriamo che siano sviluppi meno foschi di quelli che alcuni osservatori prefigurano. Perché “qualunque direzione prenda Facebook sarà probabilmente la direzione che prenderà internet”. E rappresenterà una parte fondamentale del mondo in cui vivremo. Noi e i nostri figli.


29 02 2012

21 febbraio 2012

Nell’incessante rumore di fondo creato dalle continue novità che caratterizzano quest’età pervasa dalla tecnologia, non stupisce che non sollevi un clamore particolare, in questi giorni, quella che in Svizzera è la maggiore innovazione degli ultimi decenni in ambito televisivo: il passaggio di tutte le reti tv della SRG SSR all’alta definizione.
La data simbolo della migrazione è il 29 febbraio 2012: da quel giorno LA 1, LA 2 e le loro consorelle d’oltre Gottardo e romande produrranno e trasmetteranno tutti i loro programmi nel formato HD, cinque volte più nitido rispetto alla “vecchia” tv in standard definition.
Sarà un incontro internazionale di calcio, l’amichevole Svizzera-Argentina in diretta dal Wankdorf di Berna (dove sarà probabilmente in campo il fenomeno Lionel Messi, pallone d’oro per gli ultimi tre anni consecutivi), l’evento simbolo della giornata. Una scelta non casuale: lo sport e il calcio in particolare hanno rivestito infatti un ruolo fondamentale nel “traghettare” il pubblico verso il nuovo formato. Olimpiadi e Mondiali come è noto fanno impennare le vendite dei nuovi apparecchi tv. Fa quasi tenerezza – per citare l’esempio più significativo – pensare a quanto tempo c’era voluto, in un’era ormai remota, per passare dalle prime immagini a colori (la TSI le aveva trasmesse il 1° maggio del 1968) all’effettiva diffusione di massa, in tutte le case o quasi, dei nuovi tv-color. Il fatto che la migrazione sia avvenuta nell’arco di pochissimo tempo (il canale sperimentale HD suisse era nato il 3 dicembre 2007: appena quattro anni fa!) la dice lunga sulle capacità del mercato di assorbire a ritmi serrati novità che implicano spesso un rinnovo pressoché totale delle dotazioni tecnologiche domestiche.


Generazione senza

14 febbraio 2012

Decisamente non è in gran forma, la “vecchia” televisione generalista – quella che si rivolge a tutti senza distinzione di età, gusti o interessi. Anni fa qualcuno ne presagiva la fine per mano dei canali tematici. Oggi la minaccia è un’altra, ed è generazionale: gran parte dei teen-agers non consumano tv seduti in salotto con il telecomando in mano. Di video ne guardano, eccome: ma sullo schermo del computer, o del telefonino. Non scelgono cosa vedere sfogliando Ticino 7, ma seguendo i consigli degli amici, le segnalazioni su Facebook. Basta osservare i nostri figli per capire cosa sta succedendo. Il punto di riferimento, ovviamente è You Tube, il più grande sito di condivisione di video. Su You Tube sono stati guardati fino ad oggi mille miliardi di video: in media, ogni abitante della terra ne ha visti 145. Non sorprende che i budget pubblicitari si stiano spostando massicciamente dai media tradizionali all’online: lo scorso anno la crescita è stata del 42 per cento. Un dato che basta da solo a spiegare quanto sia fondamentale, per le emittenti tv (quelle di servizio pubblico in particolare), una forte presenza online. Anche perché la concorrenza si appresta ad essere ben più temibile che in passato. Secondo una ricerca condotta per conto di Google (citata da Federico Rampini su Repubblica), “entro una decina d’anni tre quarti di tutti i canali tv saranno creati su Internet. Canali, non singoli video”. Non a caso You Tube si è già alleata con una serie di colossi, fra cui la Disney e l’agenzia di stampa Reuters, per la produzione di video originali. Il mercato svizzero, per le sue specificità locali, è un po’ meno esposto di altri al ciclone in arrivo. Ma non è certo al riparo, anzi. Forse i nostri legislatori dovrebbero rifletterci su. Prima che sia tardi.


Everything is a Remix

2 dicembre 2011

Lo scenario dei media elettronici, da anni in ebollizione, sta per essere sconvolto da un terremoto. Il sismografo più attendibile è You Tube, il noto sito di “video-sharing” (ovvero: condivisione di contenuti video). Qualche settimana fa, You Tube ha annunciato la nascita di un vero e proprio colosso televisivo: si parla di un centinaio di canali, ricevibili attraverso internet e dedicati alle nicchie di mercato più promettenti – dalla pop music alla salute, dalla fiction al wellness, dallo sport alla casa. Le grandi tv (negli USA in primis, ma non solo) si trovano davanti un grattacapo serio; e anche per le piccole la minaccia si fa sentire. Una minaccia che si chiama “frammentazione del pubblico”, e che in realtà già da qualche anno (con il consumo che si divide su un’infinità di reti e di vettori diversi, telefonini compresi) si è fatta drammaticamente concreta. Ma è lo scenario complessivo, dicevamo, ad essere continuamente rivoluzionato. Un esempio lo racconta Patrick Soergel in un servizio in onda domenica 4 dicembre a Cult TV (LA 1, alle 22.00), che parte dal numero sempre crescente di videomaker indipendenti che scelgono di pubblicare le loro opere esclusivamente in internet. In siti come Youtube e Vimeo ogni giorno appaiono migliaia di filmati, e alcuni di essi ottengono un successo tale da diventare piccoli fenomeni di culto della rete. È il caso della mini-serie “Everything is a Remix”, del regista newyorchese Kirby Ferguson, che finora ha avuto oltre un milione e mezzo di spettatori. Tutto ciò che viene creato dall’uomo è un remix di quanto è stato realizzato in precedenza – sostiene Ferguson: che scava nei fenomeni culturali di massa, dalle canzoni dei Led Zeppelin a Guerre Stellari, per riportarne alla luce le radici.


Prospettiva Facebook

16 settembre 2011

In questi giorni la RSI si affaccia nei social network con una pagina su Facebook e altre iniziative collaterali. Non è una gran novità: su Fb ormai ci vanno tutti, anche la vecchia zia. Perché così tardi, allora? Per la solita flemma del servizio pubblico, sempre un po’ lento a reagire? Il servizio pubblico c’entra, ma i motivi sono altri. L’euforia collettiva che circonda i social network tende a nasconderne gli aspetti meno esaltanti e più problematici. Due, fra mille altre, le principali obiezioni di fondo. La prima è legata al rischio, che domina gran parte del web 2.0, di “negare la natura biologica della persona” per privilegiare una concezione dell’uomo visto come “una sorta di macchina astratta fatta di immortale informazione, e non più come una creatura incasinata, corporea e mortale”. È il punto di vista (tratto dal libro “Tu non sei un gadget”, Mondadori), di Jaron Lanier, pioniere della realtà virtuale già negli anni ’80 e oggi fortemente critico verso la cultura dominante in rete. La seconda obiezione ha a che vedere con la metamorfosi del “vecchio” web, centro nevralgico della libertà digitale, in un territorio chiuso in cui le regole non sono più condivise bensì stabilite da colossi come Facebook, che impedisce l’uso dei dati al di fuori della sua piattaforma, e Apple, che guida il passaggio da un web ad accesso libero verso il dominio delle applicazioni chiuse – le cosiddette “app”. Come individui possiamo entrare in Facebook tutto sommato a cuor leggero. Magari tenendo presente che la comodità di restare in contatto con gli amici qualcosa ci costa, in termini di privacy e libertà personale. Ma una radiotelevisione di servizio pubblico ha il dovere di pensarci su due volte: anche per utilizzare nel modo migliore i vantaggi e le possibilità – innegabili e di enorme potenziale – che i social network offrono.


Facebook e la tv

24 maggio 2011

Dici Facebook, e ti sembra di parlare di una roba un po’ così. Qualcosa di frivolo, divertente. Niente di serio. Ma è un’impressione sbagliata. Abbiamo passato gli ultimi anni immaginando internet come un posto dove, il più delle volte, si entra attraverso un motore di ricerca, Google. Inserisci una parola chiave, e lui in un baleno ti propone le pagine che potrebbero interessarti. E di solito ci azzecca. Da qualche tempo però i motori di ricerca non sono più i siti più “cliccati”. Sono stati soppiantati dai social networks. Da Facebook, insomma: il social network più famoso e potente. Oltre mezzo miliardo di utenti, metà dei quali su “faccia-libro” ci vanno tutti i giorni, e per quasi un’ora al giorno in media. Un “consumo” paragonabile a quello del più antico degli oggetti di intrattenimento elettronico, la televisione. E la televisione, non a caso, comincia ad accusare il colpo. Le reti tv fanno sempre più fatica a conquistare pubblico “under 50”. Anche perché chi  trascorre la giornata “connesso”, davanti al computer o con uno smartphone, non ha bisogno del tg della sera per conoscere le ultime notizie.
Per le emittenti di servizio pubblico, in prospettiva, si pone un problema sostanziale. Abbandonare il pubblico giovane, fagocitato da offerte più “allettanti” per mezzi (reti commeciali) o per modernità (l’universo multimediale). Oppure inseguirlo là dove si trova: in rete e sulle piattaforme multimediali. Il paese che ha inventato la migliore tv del mondo, la BBC, ha scelto quest’ultima strada. Nel 2010 i legislatori britannici, con tempismo e lungimiranza, hanno approvato il Digital Economy Act, che impone (non consente: impone) alle emittenti pubbliche di essere presenti con la loro offerta su tutti i network elettronici. Un modello da tenere d’occhio.


Un lontano ricordo d’agosto per il compleanno di Giorgio Orelli

17 maggio 2011

In un lontano pomeriggio d’agosto incontrai Giorgio Orelli nel buen retiro di Prato Leventina. Gli avevo telefonato proponendogli un’intervista, e alla mia insistenza per vederci subito senza attendere, come avrebbe preferito, la fine dell’estate, non mi era sembrato particolarmente entusiasta. Una riluttanza di cui mi svelò la ragione alla fine della chiacchierata, seduti sotto un portico non abbastanza ombreggiato da attenuare l’insopportabile calura. L’aveva un po’ infastidito il sospetto che l’obiettivo del giornale per cui lavoravo fosse quello di raccogliere materiali per un “coccodrillo” – l’articolo-necrologio da preparare in anticipo e tenere pronto.
Non era così, naturalmente. Quell’intervista però non volli pubblicarla. Forse  per l’imbarazzo che avevo provato in quel momento; o forse perché non sarei mai riuscito a rendere, neanche in minima parte, la grazia con cui ai discorsi sul “banale” quotidiano Orelli intrecciava il “suo” Dante, il Petrarca, Leopardi: i poeti cui ha dedicato esegesi e commenti memorabili. In passato avevo avuto la fortuna di ascoltarlo per delle ore, affascinato dalla capacità evocativa del suo eloquio, quando capitava di incontrarci da Casagrande, a Bellinzona.
Sono passati due decenni, da quel pomeriggio. Lo ricordo in questi giorni, con particolare piacere, perché il 25 maggio Giorgio Orelli, il più grande letterato svizzero di lingua italiana, compie novant’anni. Un compleanno che la RSI celebra con un ricco dossier online curato da Mattia Cavadini (www.rsi.ch/giorgioorelli) e un doppio appuntamento: lo speciale di “Laser” (Rete Due, 23-24 maggio) realizzato da Dubravko Pusek, e l’omaggio televisivo (di Mattia Cavadini e Maurizio Chiaruttini, prodotto da Enrico Lombardi), che vedrà protagonista il poeta a colloquio con Maurizio Canetta. Su LA 2, martedì 24 maggio alle 22.55.


L’ora della decrescita

16 maggio 2011

Strano destino, quello delle tematiche ambientali. Da un lato i titoloni sui giornali e gli allarmi preoccupati in radio e in tv – per non dir dell’internet – praticamente tutti i giorni. Dall’altro una sostanziale, annoiata indifferenza: parli di surriscaldamento del pianeta, di gas a effetto serra, di crescita (in)sostenibile, e già immagini gli sbadigli, le spallucce, i commenti rassegnati: “eh, cosa vuoi farci”. Ci vogliono le Fukushima (e ieri le Chernobyl, le Three Miles Island) perché qualche domanda in più venga la voglia di farsela. Ma con comodo, senza fretta.
E invece la fretta c’è, eccome. L’urgenza di porsi le domande giuste, pure. Lo fa Rete Due in questi giorni, dedicando ampi spazi a un tema – i limiti e i pericoli dello sviluppo economico – decisivo per il futuro. Non un futuro indefinito e lontano: il nostro, quello dei nostri figli. Quanto potrà resistere, il pianeta terra, allo sfruttamento continuo delle sue risorse? L’economia tradizionale non ha mai affrontato davvero il dilemma. Eppure già mezzo secolo fa, ai tempi del Club di Roma, una minoranza di analisti ammoniva: attenzione, la crescita continua porta all’impasse, alla distruzione ambientale. Meglio fermarsi, riflettere, cambiare abitudini; e magari anche modelli di sviluppo.
Su questi temi Rete Due coinvolge direttamente il pubblico giovedì 19 maggio alle 18, negli studi di Lugano Besso, in un dibattito, moderato da Roberto Antonini, con gli economisti Gianfranco Fabi e Sergio Rossi, e con Maurizio Pallante, principale esponente in Italia della “decrescita felice”. “Laser” resta in argomento: il 19 maggio (alle 9) con Serge Latouche (foto), principale teorico della decrescita, e il 20 con un reportage su tentativi concreti di produrre, consumare e sprecare meno.