Il pennello e l’iPod

23 agosto 2010

Da tempo mi gira in testa una frase: “la tecnologia dà il meglio di sé quando riesce a farsi dimenticare”. Forse l’ho letta da qualche parte, forse no, non saprei dirlo con esattezza. Ma credo di averne compreso fino in fondo il senso quando, la scorsa settimana, ho passato cinque o sei giorni a pitturare finestre e porte di casa.
I lavori manuali non sono la mia passione, ma abbandonare per un po’ le attività consuete, il computer, le riunioni, il telefono, e darci dentro con pennelli e carta vetrata può essere, a suo modo, incredibilmente rilassante. Ovviamente non c’è nulla di tecnologico, in quel lavoro. Ma non è alla pittura che mi riferivo parlando di tecnologia che si fa dimenticare, ma all’unico accessorio extra-lavorativo che ho usato in quei giorni: il mio iPod.
Ce l’ho già da qualche anno, ma fino all’altro giorno l’avevo usato solo una volta o due alla settimana, durante il jogging, e in poche altre occasioni. Invece, quando ho cominciato a fare il “pittore della domenica” con l’iPod in tasca e gli auricolari nelle orecchie, ho capito subito che stava succedendo qualcosa di incredibile. So che descrivere certe emozioni non è facile, ma ci provo lo stesso. Era come se mi passasse tutta la vita davanti sotto forma di canzoni: per giorni interi, come non mi era mai accaduto prima, i mille e rotti brani che rappresentano la mia “autobiografia musicale” si sono susseguiti in un ordine del tutto casuale (ascolto in modalità “random”). Ogni brano, si sa, è legato a ricordi, atmosfere, sensazioni. Rimescolarli tutti, e in un certo senso rivivere quelle sensazioni a ritmo serrato, può essere un’esperienza (e so di esagerare, ma lo faccio lo stesso per rendere l’idea) trascendentale.
Sono nato nel 1961, e anche se a volte non mi dispiacerebbe avere vent’anni in meno, credo che la mia generazione sia stata fra le più privilegiate nel rapporto con la musica. Abbiamo orecchiato i Beatles durante l’infanzia; Woodstock, Jimi Hendrix e il primo Santana fanno saldamente parte della memoria; Pink Floyd, Deep Purple e Led Zeppelin ci hanno esaltati durante l’adolescenza. Altri ce li portiamo dietro da allora ma sono ancora in giro: Bob Dylan, i Rolling Stones. Sentiamo la nostalgia dei tempi in cui si passavano serate intere con la chitarra a cantare Simon e Garfunkel (anche se i nostri figli ridacchiano impietosi al solo pensiero). Abbiamo ballato con Barry White, Stevie Wonder, James Brown. Siamo passati, anche se per una breve stagione, attraverso Clash e Talking Heads. E abbiamo potuto apprezzare quello che è venuto dopo: Sting e U2, Oasis e Coldplay…
So che questo rischia di diventare un interminabile elenco (forse noioso, e probabilmente anche un po’ scontato). Era solo per spiegare l’ampiezza dell’escursione sia temporale che stilistica, diciamo così; e per provare a rendere l’idea: una settimana di isolamento totale con l’iPod che pesca a caso nel mucchio, ti propone abbinamenti casuali, e tu ti rendi conto che dietro la casualità si celano richiami inaspettati, affinità nascoste, scherzi della memoria che salta da un momento all’altro, da un decennio all’altro…
E ti ritrovi a canticchiare e a muovere il pennello (è stupido, lo so, ma concedetemi la debolezza) al ritmo di “Born to run” di Bruce Springsteen, a lasciarti catturare come un tempo dai movimenti ipnotici di “Do it again” (Steely Dan), e perfino a ridere ascoltando la canzone più ridicolizzata della storia del pop, “Killing me softly” (ricordate Hugh Grant nel film “About a boy”?) – ma nella versione rap dei Fugees…
E la tecnologia? Dimenticata, appunto. Dietro i quaranta grammi di un iPod nero lasciato per tutta la giornata, per tutta la settimana, nella tasca dei pantaloni imbrattati di pittura.
(da “La rivista”, settembre 2010)

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