Tango della botte vuota

14 marzo 2011

A volte le fasce più periferiche dei palinsesti tv riservano “chicche” che non ti aspetteresti. Come nelle grandi reti italiane, a volte francamente inguardabili nel prime time per poi, dalle undici-mezzanotte in avanti, stupire spesso per qualità e originalità. Nei palinsesti RSI uno degli orari da tener d’occhio è il pomeriggio della 2, che da tempo rispolvera pièce teatrali, vecchie serie e film prodotti “in casa” negli anni in cui girare fiction non era un lusso. Sono andati in onda a quell’ora i gialli di Vittorio Barino (Il terzo invitato, L’elemento D); le commedie dialettali; le rievocazioni di storia locale (Luigi Lavizzari, Il processo di Stabio).
Questa settimana (lunedì 14 e martedì 15 marzo, alle 13.10) è la volta di uno dei più stravaganti, nel senso etimologico del termine, fra i lavori di Bruno Soldini: Tango della botte vuota (2001). Soldini è stato uno degli autori più prolifici e apprezzati della storia della TSI di un tempo. Con i suoi “racconti spontanei” – spesso interpretati da attori non professionisti, con largo spazio al dialetto e all’improvvisazione – ha sperimentato una modalità fresca e originale di creare racconti televisivi, a partire da spunti narrativi sempre “forti”. In questo Tango l’idea di partenza è l’incredibile storia di Ugo Maggi Bernasconi, emigrato negli anni ‘20 del secolo scorso da Castel San Pietro in Argentina, che laggiù, spinto da chissà quale folle impulso, avrebbe concepito l’impresa destinata, nelle sue intenzioni, a riscattare una vita avara di senso e di gratificazioni: spingere una botte per i 3’200 chilometri che separano Puerto San Julian, nel fondo della Patagonia, a Buenos Aires. Una storia che Soldini racconterà anche in un libro picaresco e intenso, “Tango per emigranti e vagabondi”, uscito nel 2009.

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