Internet come la Parigi del 1900

5 marzo 2012

C’eravate, una quindicina d’anni fa, quando sugli schermi dei nostri (primi) computer cominciavano a caricarsi, con una lentezza che oggi non riusciremmo a tollerare, le prime pagine Internet? Fra chi c’era, in quegli anni pionieristici della navigazione online, in pochi avranno resistito alla tentazione di andare in giro per il web, saltando da un sito all’altro senza meta, curiosando fra le pagine come negli anni ’60 e ’70 si curiosava, con gli occhi pieni di meraviglia, fra le bancarelle di Portobello road. Un girovagare senza scopo apparente, guidati (Google non c’era ancora) da link e collegamenti spesso casuali.
In un bell’articolo pubblicato qualche settimana fa sul New York Times, lo studioso bielorusso Evgeny Morozov rievoca quell’attività citando una definizione straordinariamente icastica: quella di “ciberflâneur”, e cioè appunto “l’utente che vaga per la rete in cerca di nuove scoperte”. Una definizione che richiama quella di “flâneur” coniata da Walter Benjamin nei suoi Passages, diario della nascita della modernità visto attraverso gli occhi di chi vagava per le gallerie di Parigi alla fine dell’Ottocento.
Allora sembrava che il flâneur (colui che “vagava tranquillo per le strade della città, e soprattutto per le sue gallerie – quelle eleganti, vivaci e frenetiche file di esercizi commerciali coperte da tetti di vetro – praticando quella che Honoré de Balzac chiamava la gastronomia dell’occhio”) fosse il simbolo più rappresentativo di questa nuova figura di osservatore curioso del mondo che è nata con Internet. In realtà, commenta mestamente Morozov, “il triste stato in cui si trova Internet oggi” lascia supporre che si trattava di un’impressione del tutto errata.
È proprio così: gironzolare senza meta per il web ormai non capita più. I nomi stessi dei primi browser (Explorer, Navigator) hanno ormai tradito la loro ispirazione “romantica”: la rete non la si esplora più, la si percorre a bordo di Google, e spesso senza neanche dover uscire dal motore di ricerca, una volta trovata la risposta che stavamo cercando. Che cosa è accaduto?
È accaduto nel mondo di Internet ciò che era accaduto con l’avvento della modernità a Parigi e nelle grandi città europee. L’ambiente urbano smise di essere un luogo affascinante in cui “osservare, immergersi nella folla, assorbirne i rumori, il caos, l’eterogeneità e il cosmopolitismo” (ciò che faceva il flâneur, con la lentezza che caratterizzava i suoi movimenti), per diventare il centro della razionalizzazione sociale, dei grandi magazzini in cui si trova tutto, della velocità.
Nello stesso modo, spiega Morozov, oggi Internet “non è più un posto adatto alle passeggiate: è un posto dove si va a sbrigare delle faccende. Quasi più nessuno, ormai, naviga davvero in rete. Il successo del cosiddetto “paradigma dell’applicazione”, in base al quale apposite applicazioni per telefoni e tablet ci consentono di fare ciò che desideriamo senza neppure dover aprire il browser o visitare il resto della rete, ha reso la ciberflânerie meno verosimile”.
Facebook, a sua volta, è il tempio in cui la “tirannia della socialità” celebra i suoi riti. “Facebook vuole costruire una rete dove guardare film, ascoltare musica, leggere libri e perfino navigare online siano attività svolte non soltanto in modo aperto, ma anche sociale e collaborativo”. Con la conseguenza che la solitudine, un tempo dimensione della coscienza di sé, imprescindibile per trasformare l’esperienza sociale in esperienza personale, perde di importanza. L’idea “che l’esperienza individuale sia in qualche modo inferiore a quella collettiva” è il carburante per gli sviluppi prossimi venturi di Facebook. E speriamo che siano sviluppi meno foschi di quelli che alcuni osservatori prefigurano. Perché “qualunque direzione prenda Facebook sarà probabilmente la direzione che prenderà internet”. E rappresenterà una parte fondamentale del mondo in cui vivremo. Noi e i nostri figli.

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