Archive for the 'multimedia' Category

I Frontaliers e la radiotelevisione

22 giugno 2012

Ci ha messo pochi giorni, il contatore di You Tube, a registrare il visionamento numero 3000 di “I Frontaliers e la RSI”, primo di una serie di quattro video che raccontano l’attività della radiotelevisione. Inutile sprecare la parola “successo”: quando si tratta dei Frontaliers, il duo di gran lunga più celebre della Svizzera italiana, il sostegno indiscriminato da parte del pubblico sembrerebbe un fatto acquisito. Però in questo caso non si tratta delle scenette alla dogana di Bizzarone cui Paolo e Flavio ci hanno abituati, ma di filmati più lunghi in cui i Frontaliers sono solo uno degli elementi. Insieme al regista Nick Rusconi e a Marco Bielli che si è occupato della produzione, infatti, abbiamo realizzato la serie con l’obiettivo di raccontare la RSI e le sue attività, di spiegare il senso di un’azienda di servizio pubblico, di sottolinearne l’importanza per la Svizzera italiana. La risposta convinta da parte del pubblico ci ha dato ragione. Proprio nei giorni scorsi – sul sito RSI, su You Tube e su Facebook – è stato pubblicato l’ultimo dei quattro episodi

Gusberto Bussenghi e Costante Bernasconi

Gusberto Bussenghi e Costante Bernasconi

, che racconta l’importanza della RSI come memoria storica del Paese. Un filmato che introduce due nuovi personaggi nella saga Frontaliers: lo “sfrosatore” Gusberto Bussenghi e la guardia di confine Costante Bernasconi. Ovvero, i nonni dei nostri eroi: già sessant’anni fa, ai tempi “eroici” del contrabbando, impegnati in duelli all’ultima battuta sul filo della ramina. Per l’occasione, la colonna sonora del video – una particolarissima versione della canzoncina del frontaliere di Usmate Carate, ideata ed eseguita nientepopodimeno che dal maestro Diego Fasolis – è a disposizione degli appassionati come suoneria per il cellulare, scaricabile direttamente dal sito RSI.ch.

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Internet come la Parigi del 1900

5 marzo 2012

C’eravate, una quindicina d’anni fa, quando sugli schermi dei nostri (primi) computer cominciavano a caricarsi, con una lentezza che oggi non riusciremmo a tollerare, le prime pagine Internet? Fra chi c’era, in quegli anni pionieristici della navigazione online, in pochi avranno resistito alla tentazione di andare in giro per il web, saltando da un sito all’altro senza meta, curiosando fra le pagine come negli anni ’60 e ’70 si curiosava, con gli occhi pieni di meraviglia, fra le bancarelle di Portobello road. Un girovagare senza scopo apparente, guidati (Google non c’era ancora) da link e collegamenti spesso casuali.
In un bell’articolo pubblicato qualche settimana fa sul New York Times, lo studioso bielorusso Evgeny Morozov rievoca quell’attività citando una definizione straordinariamente icastica: quella di “ciberflâneur”, e cioè appunto “l’utente che vaga per la rete in cerca di nuove scoperte”. Una definizione che richiama quella di “flâneur” coniata da Walter Benjamin nei suoi Passages, diario della nascita della modernità visto attraverso gli occhi di chi vagava per le gallerie di Parigi alla fine dell’Ottocento.
Allora sembrava che il flâneur (colui che “vagava tranquillo per le strade della città, e soprattutto per le sue gallerie – quelle eleganti, vivaci e frenetiche file di esercizi commerciali coperte da tetti di vetro – praticando quella che Honoré de Balzac chiamava la gastronomia dell’occhio”) fosse il simbolo più rappresentativo di questa nuova figura di osservatore curioso del mondo che è nata con Internet. In realtà, commenta mestamente Morozov, “il triste stato in cui si trova Internet oggi” lascia supporre che si trattava di un’impressione del tutto errata.
È proprio così: gironzolare senza meta per il web ormai non capita più. I nomi stessi dei primi browser (Explorer, Navigator) hanno ormai tradito la loro ispirazione “romantica”: la rete non la si esplora più, la si percorre a bordo di Google, e spesso senza neanche dover uscire dal motore di ricerca, una volta trovata la risposta che stavamo cercando. Che cosa è accaduto?
È accaduto nel mondo di Internet ciò che era accaduto con l’avvento della modernità a Parigi e nelle grandi città europee. L’ambiente urbano smise di essere un luogo affascinante in cui “osservare, immergersi nella folla, assorbirne i rumori, il caos, l’eterogeneità e il cosmopolitismo” (ciò che faceva il flâneur, con la lentezza che caratterizzava i suoi movimenti), per diventare il centro della razionalizzazione sociale, dei grandi magazzini in cui si trova tutto, della velocità.
Nello stesso modo, spiega Morozov, oggi Internet “non è più un posto adatto alle passeggiate: è un posto dove si va a sbrigare delle faccende. Quasi più nessuno, ormai, naviga davvero in rete. Il successo del cosiddetto “paradigma dell’applicazione”, in base al quale apposite applicazioni per telefoni e tablet ci consentono di fare ciò che desideriamo senza neppure dover aprire il browser o visitare il resto della rete, ha reso la ciberflânerie meno verosimile”.
Facebook, a sua volta, è il tempio in cui la “tirannia della socialità” celebra i suoi riti. “Facebook vuole costruire una rete dove guardare film, ascoltare musica, leggere libri e perfino navigare online siano attività svolte non soltanto in modo aperto, ma anche sociale e collaborativo”. Con la conseguenza che la solitudine, un tempo dimensione della coscienza di sé, imprescindibile per trasformare l’esperienza sociale in esperienza personale, perde di importanza. L’idea “che l’esperienza individuale sia in qualche modo inferiore a quella collettiva” è il carburante per gli sviluppi prossimi venturi di Facebook. E speriamo che siano sviluppi meno foschi di quelli che alcuni osservatori prefigurano. Perché “qualunque direzione prenda Facebook sarà probabilmente la direzione che prenderà internet”. E rappresenterà una parte fondamentale del mondo in cui vivremo. Noi e i nostri figli.

Generazione senza

14 febbraio 2012

Decisamente non è in gran forma, la “vecchia” televisione generalista – quella che si rivolge a tutti senza distinzione di età, gusti o interessi. Anni fa qualcuno ne presagiva la fine per mano dei canali tematici. Oggi la minaccia è un’altra, ed è generazionale: gran parte dei teen-agers non consumano tv seduti in salotto con il telecomando in mano. Di video ne guardano, eccome: ma sullo schermo del computer, o del telefonino. Non scelgono cosa vedere sfogliando Ticino 7, ma seguendo i consigli degli amici, le segnalazioni su Facebook. Basta osservare i nostri figli per capire cosa sta succedendo. Il punto di riferimento, ovviamente è You Tube, il più grande sito di condivisione di video. Su You Tube sono stati guardati fino ad oggi mille miliardi di video: in media, ogni abitante della terra ne ha visti 145. Non sorprende che i budget pubblicitari si stiano spostando massicciamente dai media tradizionali all’online: lo scorso anno la crescita è stata del 42 per cento. Un dato che basta da solo a spiegare quanto sia fondamentale, per le emittenti tv (quelle di servizio pubblico in particolare), una forte presenza online. Anche perché la concorrenza si appresta ad essere ben più temibile che in passato. Secondo una ricerca condotta per conto di Google (citata da Federico Rampini su Repubblica), “entro una decina d’anni tre quarti di tutti i canali tv saranno creati su Internet. Canali, non singoli video”. Non a caso You Tube si è già alleata con una serie di colossi, fra cui la Disney e l’agenzia di stampa Reuters, per la produzione di video originali. Il mercato svizzero, per le sue specificità locali, è un po’ meno esposto di altri al ciclone in arrivo. Ma non è certo al riparo, anzi. Forse i nostri legislatori dovrebbero rifletterci su. Prima che sia tardi.

Everything is a Remix

2 dicembre 2011

Lo scenario dei media elettronici, da anni in ebollizione, sta per essere sconvolto da un terremoto. Il sismografo più attendibile è You Tube, il noto sito di “video-sharing” (ovvero: condivisione di contenuti video). Qualche settimana fa, You Tube ha annunciato la nascita di un vero e proprio colosso televisivo: si parla di un centinaio di canali, ricevibili attraverso internet e dedicati alle nicchie di mercato più promettenti – dalla pop music alla salute, dalla fiction al wellness, dallo sport alla casa. Le grandi tv (negli USA in primis, ma non solo) si trovano davanti un grattacapo serio; e anche per le piccole la minaccia si fa sentire. Una minaccia che si chiama “frammentazione del pubblico”, e che in realtà già da qualche anno (con il consumo che si divide su un’infinità di reti e di vettori diversi, telefonini compresi) si è fatta drammaticamente concreta. Ma è lo scenario complessivo, dicevamo, ad essere continuamente rivoluzionato. Un esempio lo racconta Patrick Soergel in un servizio in onda domenica 4 dicembre a Cult TV (LA 1, alle 22.00), che parte dal numero sempre crescente di videomaker indipendenti che scelgono di pubblicare le loro opere esclusivamente in internet. In siti come Youtube e Vimeo ogni giorno appaiono migliaia di filmati, e alcuni di essi ottengono un successo tale da diventare piccoli fenomeni di culto della rete. È il caso della mini-serie “Everything is a Remix”, del regista newyorchese Kirby Ferguson, che finora ha avuto oltre un milione e mezzo di spettatori. Tutto ciò che viene creato dall’uomo è un remix di quanto è stato realizzato in precedenza – sostiene Ferguson: che scava nei fenomeni culturali di massa, dalle canzoni dei Led Zeppelin a Guerre Stellari, per riportarne alla luce le radici.

Prospettiva Facebook

16 settembre 2011

In questi giorni la RSI si affaccia nei social network con una pagina su Facebook e altre iniziative collaterali. Non è una gran novità: su Fb ormai ci vanno tutti, anche la vecchia zia. Perché così tardi, allora? Per la solita flemma del servizio pubblico, sempre un po’ lento a reagire? Il servizio pubblico c’entra, ma i motivi sono altri. L’euforia collettiva che circonda i social network tende a nasconderne gli aspetti meno esaltanti e più problematici. Due, fra mille altre, le principali obiezioni di fondo. La prima è legata al rischio, che domina gran parte del web 2.0, di “negare la natura biologica della persona” per privilegiare una concezione dell’uomo visto come “una sorta di macchina astratta fatta di immortale informazione, e non più come una creatura incasinata, corporea e mortale”. È il punto di vista (tratto dal libro “Tu non sei un gadget”, Mondadori), di Jaron Lanier, pioniere della realtà virtuale già negli anni ’80 e oggi fortemente critico verso la cultura dominante in rete. La seconda obiezione ha a che vedere con la metamorfosi del “vecchio” web, centro nevralgico della libertà digitale, in un territorio chiuso in cui le regole non sono più condivise bensì stabilite da colossi come Facebook, che impedisce l’uso dei dati al di fuori della sua piattaforma, e Apple, che guida il passaggio da un web ad accesso libero verso il dominio delle applicazioni chiuse – le cosiddette “app”. Come individui possiamo entrare in Facebook tutto sommato a cuor leggero. Magari tenendo presente che la comodità di restare in contatto con gli amici qualcosa ci costa, in termini di privacy e libertà personale. Ma una radiotelevisione di servizio pubblico ha il dovere di pensarci su due volte: anche per utilizzare nel modo migliore i vantaggi e le possibilità – innegabili e di enorme potenziale – che i social network offrono.

Facebook e la tv

24 maggio 2011

Dici Facebook, e ti sembra di parlare di una roba un po’ così. Qualcosa di frivolo, divertente. Niente di serio. Ma è un’impressione sbagliata. Abbiamo passato gli ultimi anni immaginando internet come un posto dove, il più delle volte, si entra attraverso un motore di ricerca, Google. Inserisci una parola chiave, e lui in un baleno ti propone le pagine che potrebbero interessarti. E di solito ci azzecca. Da qualche tempo però i motori di ricerca non sono più i siti più “cliccati”. Sono stati soppiantati dai social networks. Da Facebook, insomma: il social network più famoso e potente. Oltre mezzo miliardo di utenti, metà dei quali su “faccia-libro” ci vanno tutti i giorni, e per quasi un’ora al giorno in media. Un “consumo” paragonabile a quello del più antico degli oggetti di intrattenimento elettronico, la televisione. E la televisione, non a caso, comincia ad accusare il colpo. Le reti tv fanno sempre più fatica a conquistare pubblico “under 50”. Anche perché chi  trascorre la giornata “connesso”, davanti al computer o con uno smartphone, non ha bisogno del tg della sera per conoscere le ultime notizie.
Per le emittenti di servizio pubblico, in prospettiva, si pone un problema sostanziale. Abbandonare il pubblico giovane, fagocitato da offerte più “allettanti” per mezzi (reti commeciali) o per modernità (l’universo multimediale). Oppure inseguirlo là dove si trova: in rete e sulle piattaforme multimediali. Il paese che ha inventato la migliore tv del mondo, la BBC, ha scelto quest’ultima strada. Nel 2010 i legislatori britannici, con tempismo e lungimiranza, hanno approvato il Digital Economy Act, che impone (non consente: impone) alle emittenti pubbliche di essere presenti con la loro offerta su tutti i network elettronici. Un modello da tenere d’occhio.

Un lontano ricordo d’agosto per il compleanno di Giorgio Orelli

17 maggio 2011

In un lontano pomeriggio d’agosto incontrai Giorgio Orelli nel buen retiro di Prato Leventina. Gli avevo telefonato proponendogli un’intervista, e alla mia insistenza per vederci subito senza attendere, come avrebbe preferito, la fine dell’estate, non mi era sembrato particolarmente entusiasta. Una riluttanza di cui mi svelò la ragione alla fine della chiacchierata, seduti sotto un portico non abbastanza ombreggiato da attenuare l’insopportabile calura. L’aveva un po’ infastidito il sospetto che l’obiettivo del giornale per cui lavoravo fosse quello di raccogliere materiali per un “coccodrillo” – l’articolo-necrologio da preparare in anticipo e tenere pronto.
Non era così, naturalmente. Quell’intervista però non volli pubblicarla. Forse  per l’imbarazzo che avevo provato in quel momento; o forse perché non sarei mai riuscito a rendere, neanche in minima parte, la grazia con cui ai discorsi sul “banale” quotidiano Orelli intrecciava il “suo” Dante, il Petrarca, Leopardi: i poeti cui ha dedicato esegesi e commenti memorabili. In passato avevo avuto la fortuna di ascoltarlo per delle ore, affascinato dalla capacità evocativa del suo eloquio, quando capitava di incontrarci da Casagrande, a Bellinzona.
Sono passati due decenni, da quel pomeriggio. Lo ricordo in questi giorni, con particolare piacere, perché il 25 maggio Giorgio Orelli, il più grande letterato svizzero di lingua italiana, compie novant’anni. Un compleanno che la RSI celebra con un ricco dossier online curato da Mattia Cavadini (www.rsi.ch/giorgioorelli) e un doppio appuntamento: lo speciale di “Laser” (Rete Due, 23-24 maggio) realizzato da Dubravko Pusek, e l’omaggio televisivo (di Mattia Cavadini e Maurizio Chiaruttini, prodotto da Enrico Lombardi), che vedrà protagonista il poeta a colloquio con Maurizio Canetta. Su LA 2, martedì 24 maggio alle 22.55.

Per Enzo Baldoni. Un appello di Enrico Deaglio

16 dicembre 2010

Enzo Baldoni aveva lavorato anche con la (allora) TSI. Il giorno prima di partire per l’Iraq, nel 2004, era passato da Lugano per gli ultimi ritocchi alla campagna pubblicitaria che avevamo progettato assieme. Sei anni dopo la morte in Iraq, il suo corpo è tornato in Italia. In una gelida notte di questo dicembre, con Enrico Deaglio, il suo direttore a Diario, abbiamo viaggiato verso Preci, il paesino dove ora è sepolto, per salutare lui e la sua famiglia.  Poi Enrico ha scritto questo ricordo, che contiene un appello al presidente Napolitano.

Era partito a 56 anni. È tornato sei anni, tre mesi e dieci giorni dopo, in una cassa di legno grezzo, più una scatola che una bara. È stato sepolto a Preci – minuscolo splendido paese tra l’Umbria e le Marche, a mezza costa dei monti ibillini, sabato 27 novembre, giornata tersa e gelida; i boschi sono identici ai loro antenati di mille anni fa; e della stessa antichità sono le pietre bianche e rosa messe insieme a costruire strade, ponti, parapetti e la chiesetta, stracolma: il sindaco indossa la fascia tricolore, il vigile porta il gonfalone, il prete assicura che risorgerà nella pienezza del suo corpo, la famiglia Baldoni ha qui radici lunghissime. Antonio, il padre di Enzo, assomiglia a un solido, contorto, albero secolare. A 88 anni, abbraccia e accarezza tutti quelli che sono venuti a salutare il suo figliolo tornato a casa.
Enzo Baldoni venne rapito e ucciso in Iraq sei anni fa, ovvero un secolo fa. Nel 2004 Bagdad era la città più conosciuta del pianeta; l’esercito americano aveva invaso il Paese perché Saddam Hussein stava per lanciare una bomba atomica sugliStatiUniti; il 70 per cento degliamericani era convinto che Saddam avesse organizzato le atrocità dell’ 11settembre.
Beh, come sapete, era tutto falso.
Enzo Baldoni viveva a Milano, di mestiere pubblicitario, un uomo intelligente e curioso. Animava un popolarissimo blog – Zonker’s Zone – , era il traduttore italiano delle storie di Doonesbury e ogni anno, invece di fare le ferie sotto l’ombrellone, andava a curiosare il mondo: il Ciapas, Timor Est, la Colombia. Aveva scritto per il settimanale Diario dei reportage eccezionali, per intuito, vivacità, intelligenza, ritmo e coraggio. Usava ilMac, la Nikon, il web come fossero sue naturali estensioni e nulla poteva impedirgli di andare in Iraq. Un anno dopo la sua uccisione, sua moglie Giusi ricevette il laptop ammaccato che aveva lasciato a Bagdad: migliaia di foto, note, archivi. Guardandoci dentro, si capì quanto Enzo fosse un fuoriclasse del giornalismo.
Nell’agosto 2004, Enzo Baldoni guidò un convoglio della Croce Rossa italiana da Bagdad a Najaf, dove l’esercito americano assediava il leader sciita Moktada al Sadr. Enzo riuscì a intervistarlo nella moschea di Alì, bombardata. Al
ritorno, a Latifia, una mina fece saltare la sua macchina; uomini di Al Qaeda uccisero subito il suo autista e mostrarono lui in video. Dato che nessuna istituzione dall’Italia fece la voce grossa, lo uccisero. I terroristi hanno cercato per anni di fare affari con il suo cadavere e hanno concluso un’infamante trattativa nell’aprile scorso. Alla famiglia Baldoni (non allo Stato italiano) l’onere di verificare, con un’analisi del Dna, che i resti fossero davvero i suoi. Ecco a che cosa è stato costretto il babbo di Enzo, il padre Priamo della nostra epoca. Enzo Baldoni è stato un testimone libero e coraggioso della guerra immonda che ha aperto il secolo ventunesimo; lo Stato italiano ha fatto pochissimo per lui, ma ora – e questo è un piccolo appello – il presidente Napolitano potrebbe dargli una medaglia al valor civile, alla memoria. Enzo Baldoni se la merita più di chiunque altro abbia operato in Iraq sotto la bandiera italiana, in quella guerra ormai dimenticata.

Il web è morto?

25 ottobre 2010

Qualcuno ricorda quando è nato il web? Ci conviviamo, da anni, così intensamente da avere l’impressione che sia sempre esistito. In realtà fino a poco fa era poco più che un pargolo: solo in questo 2010, al compimento del diciottesimo anno, è diventato maggiorenne. E come molti neo-adulti, ha deciso di voltare le spalle all’infanzia, e di diventare altro. Qualcuno, in realtà – come Chris Anderson, direttore di Wired USA, uno dei più acuti osservatori del mondo dei new media – arriva addirittura a dire che Internet è morta, almeno nell’accezione che ne abbiamo comunemente. E dargli torto è maledettamente difficile.

Morto, in che senso? Se, mentre leggete quest’articolo, sul vostro computer (o palmare) è aperto Facebook, o iTunes per scaricare musica, o Skype per telefonare gratis, o una finestra per chattare, o un gioco online, in realtà potete già immaginare di cosa stiamo parlando: in un batter d’occhio, quelle (e pochissime altre) piattaforme di diffusione planetaria hanno conquistato il mondo. Si sono appropriate del nostro tempo. E ci hanno allontanato dall’uso di Internet fatto di salti più o meno casuali da un sito all’altro che caratterizzava la navigazione online dei primi tempi.

Il fatto che Facebook abbia cannibalizzato una parte consistente del tempo-web di qualcosa come mezzo miliardo di persone è solo il segnale più evidente di una tendenza che agli osservatori è ben nota. “Oggi – scrive lo stesso Anderson sulla sua rivista – il contenuto che vedi con il tuo browser ammonta a meno di un quarto del traffico Internet, e la percentuale è in calo”. Tutto il resto sono dati che passano sì per la rete, ma per fornire contenuto alle applicazioni. Non è un caso se il settore più vivace e creativo nella programmazione informatica è oggi quello delle cosiddette “app” per iPhone. E non a caso l’iPhone e il nuovo arrivato iPad, insieme al loro creatore Steve Jobs, sono il cuore pulsante della rivoluzione che sta portando dal Web 2.0 al dominio del consumo “mobile”. Fra cinque anni, infatti – stando a ricerche di Morgan Stanley citate da Anderson – “il numero di utenti che accederanno alla rete da congegni mobili supererà quello di coloro che lo fanno tramite PC”.

A ben vedere, se si guarda a questa tendenza dal punto di vista degli investitori, non c’è molto da stupirsi. L’ubriacatura generale che in passato ha fatto sì che tutto ciò che era “online” fosse percepito come “nuovo”, e dunque ben accetto, non poteva durare a lungo, a fronte dell’incapacità di individuare un modello finanziario efficace.  Di fatto, oggi appare chiaro che nella parte di Internet più “tradizionale”, quella dominata da Google, non c’è spazio per la pubblicità. I banner ci sono, certo: ma, semplicemente – come scrive ancora su Wired un altro guru, Michael Wolff, “si sono rivelati un mezzo pubblicitario miserabile”. E nell’era della convergenza e dei new media si è verificato un fenomeno che ha del paradossale: la pubblicità su Internet langue (e non è mai andata molto oltre il 10% dell’investimento complessivo), mentre quella in tv arriva al 40 per cento.

Il motivo di questo solo apparente paradosso, il quale fa sì che “un consumatore online continua a valere molto meno di un consumatore offline”, è semplice. Il web – cito lo stesso Wolff – scoraggia in modo quasi maligno quel genere di attenzione sistematica, coordinata e concentrata sulla quale si fonda l’esistenza dei marchi”. Quell’attenzione che invece il pubblico continua a dedicare alla pubblicità in tv, e in generale sui media tradizionali. Anche perché “le inserzioni sul web non si sono sviluppate in quel modo raffinato, abile e mirato che caratterizza la pubblicità sugli altri tipi di medium”. Di conseguenza, ricorda Wolff, in mancanza di solide fonti di introito pubblicitario, Internet si è riempita di “contenuti-spazzatura” grazie a società che “hanno capito come l’unico modo di fare soldi in rete sia quello di spendere per i contenuti ancora meno di quello che gli inserzionisti sono disposti a pagare per la pubblicità” (e cioè poco, pochissimo, quasi niente).

Non poteva durare a lungo. E non è durata. Forse suona un po’ brutale affermare che negli ultimi due o tre anni qualcuno ha deciso che era ora di cominciare a fare soldi “veri”, e ha cambiato le regole di Internet. Di fatto, l’Internet aperta di cui Google è il simbolo perde terreno giorno dopo giorno (anche perché Google era l’unica a guadagnarci). E si affermano sempre di più i sistemi chiusi e ben più remunerativi che, pur usando la rete come mezzo di trasporto, costituiscono mondi a parte. “Fin dagli albori del Web commerciale – sintetizza Wolff – la tecnologia ha oscurato il contenuto. Il nuovo business model cerca di far sì che il contenuto – ovvero il prodotto – oscuri la tecnologia”. Non moriremo schiavi dell’Html, insomma. Ma di Facebook e dell’iPhone. A ciascuno il proprio destino.

(NT su “La rivista”, Zurigo, novembre 2010)

Tv intelligente, new media e serie tv

15 ottobre 2010

A proposito di tv intelligente e del rapporto fra old e new media, interessante il contributo di Alessandro Aresu tratto dal sito lospaziodellapolitica.com. Uno spunto interessante per riflettere sulle tendenze in atto nella televisione, in particolare sulla convergenza multimediale e sul dominio delle serie tv.

“Il mondo della televisione non è un’isola separata dagli altri mondi mediatici. Vedere e vendere la televisione come l’arena ultima in cui si combattono i destini del Paese, con la lotta tra i “programmi impegnati” e i “programmi per imbecilli”, è un grande errore. Al contrario, la TV può sopravvivere e prosperare nel momento in cui (…) diventa capace di mobilitare gli altri media: questa è la grande lezione degli ultimi anni. Le serie tv, da questo punto di vista, sono i casi di successo per eccellenza: sono state in grado di mobilitare un pubblico popolare e trasversale, attraverso prodotti di qualità e contenuti innovativi. Hanno raggiunto un’influenza politica: si pensi ai casi eclatanti di “West Wing” e “Lost”. Hanno raccontato diverse facce della realtà: chi avrebbe pensato a “The Big Bang Theory” dieci anni fa? Le serie tv sono in grado di gestire le mode in modo più articolato rispetto ai prodotti cinematografici (pensiamo ai vampiri). “Lost” e altri prodotti sono stati in grado di interagire col mondo della rete, con una logica contraria a quella del piagnisteo che caratterizza gli old media: invece di lamentarsi e di proporre tasse, hanno inseguito i blog e i forum di discussione sul loro stesso terreno, rendendo i misteri delle puntate in un certo senso “interattivi”, sviluppando videogiochi e operazioni di marketing non convenzionale in grado di interagire con la serie, confondere le acque, e affiliare ulteriormente gli spettatori”.

Per leggere il resto: http://www.lospaziodellapolitica.com/2010/05/la-tv-e-viva-e-i-telefilm-sono-i-suoi-profeti/