Un sommesso ringraziamento

11 maggio 2011

Negli ultimi dieci anni e oltre, ogni volta che ho dovuto risolvere un problema di carattere tecnico, mi sono ritrovato senza neanche pensarci a prendere il telefono e comporre l’interno 5558. Che si trattasse di una semplice questione di connessioni, o della proiezione di un film in alta definizione, ero sicuro che il collega all’altro capo del filo lo avrebbe risolto senza batter ciglio, in quattr’e quattr’otto. Magari dopo avermi spiegato con invidiabile semplicità, fra un aneddoto e una battuta, come funziona questo o quel marchingegno, o perché è meglio usare un sistema piuttosto che un altro. Qualche giorno fa ho chiamato ancora una volta quel numero. Ma non c’è stata risposta. Ho scoperto così che per Nando Pescia, dopo quarant’anni e oltre di televisione, era arrivato il momento, come si dice, della quiescenza. Ci sono rimasto male. Non tanto perché non l’avevo neanche ringraziato per tutte le volte che mi ha levato le castagne dal fuoco (questo spero di riuscire a farlo quanto prima). Ma perché mi sono reso conto, ancora una volta, che nel flusso sempre più frenetico delle nostre vite personali e professionali spesso non riusciamo a prenderci il tempo per le cose che contano: per esempio, essere riconoscenti con tutte quelle persone sulle cui spalle robuste, a volte senza curarcene, ci siamo issati. Quelle persone senza delle quali non saremmo quello che siamo. Senza quelli come Nando, che alla TSI era entrato nel ’70, senza quelli che come lui l’avventura televisiva l’hanno vissuta con passione ed entusiasmo dall’inizio, o quasi, la nostra radio-tv non sarebbe quella che è. Per quello che vale, mi piacerebbe dire a tutti loro che non sono stati dimenticati. Che, almeno ogni tanto, le loro spalle solide da queste parti ce le si ricorda ancora.


Architettura, specchio dell’anima

19 aprile 2011

Due iniziative collegate fra loro per “vivere” la cultura architettonica del nostro Paese. Per conoscere (sullo schermo ma anche dal vivo) alcune delle realizzazioni più interessanti degli ultimi anni. Per capire come, nelle sue espressioni migliori, una disciplina che a qualcuno appare ancora “fredda” e lontana dalle radici e dai linguaggi locali rappresenti in realtà un’evoluzione rigorosa e coerente di quegli stessi linguaggi. Dal 30 aprile, in una dozzina di cantoni svizzeri (Ticino compreso), la settimana dell’architettura contemporanea permetterà al pubblico di visitare case private ed edifici pubblici fra i più apprezzati e innovativi. L’iniziativa è della SIA, la società svizzera degli ingegneri e degli architetti, che per l’occasione ha realizzato un catalogo e un’app per smartphone (entrambi gratuiti) con tutte le “istruzioni per l’uso” (info: www.15n.ch). Ideale introduzione alla “settimana”, dal 25 aprile al 1° maggio (alle 23.40, e dal 27 al 29 aprile anche alle 19.30), va in onda su LA 1 “Costruire la Svizzera”, una serie di ritratti filmati dedicati a tredici fra le più appassionanti avventure architettoniche dei nostri tempi nel territorio della Confederazione. Dalla complessa semplicità del Learning Center del Politecnico di Losanna alla linearità monastica della passerella in legno sul lago a Rapperswil, tredici progetti ed edifici che rappresentano esperienze uniche. “Le case, i ponti, i villaggi e le città – scrivono i curatori nella prefazione all’elegante cofanetto che racchiude l’intera opera (RSI.ch/shop) – costituiscono parte integrante dell’anima della nostra società, ne sono l’espressione e lo specchio. In essi si mostra il nostro passato, in essi è racchiuso il presente e il futuro”.


Tango della botte vuota

14 marzo 2011

A volte le fasce più periferiche dei palinsesti tv riservano “chicche” che non ti aspetteresti. Come nelle grandi reti italiane, a volte francamente inguardabili nel prime time per poi, dalle undici-mezzanotte in avanti, stupire spesso per qualità e originalità. Nei palinsesti RSI uno degli orari da tener d’occhio è il pomeriggio della 2, che da tempo rispolvera pièce teatrali, vecchie serie e film prodotti “in casa” negli anni in cui girare fiction non era un lusso. Sono andati in onda a quell’ora i gialli di Vittorio Barino (Il terzo invitato, L’elemento D); le commedie dialettali; le rievocazioni di storia locale (Luigi Lavizzari, Il processo di Stabio).
Questa settimana (lunedì 14 e martedì 15 marzo, alle 13.10) è la volta di uno dei più stravaganti, nel senso etimologico del termine, fra i lavori di Bruno Soldini: Tango della botte vuota (2001). Soldini è stato uno degli autori più prolifici e apprezzati della storia della TSI di un tempo. Con i suoi “racconti spontanei” – spesso interpretati da attori non professionisti, con largo spazio al dialetto e all’improvvisazione – ha sperimentato una modalità fresca e originale di creare racconti televisivi, a partire da spunti narrativi sempre “forti”. In questo Tango l’idea di partenza è l’incredibile storia di Ugo Maggi Bernasconi, emigrato negli anni ‘20 del secolo scorso da Castel San Pietro in Argentina, che laggiù, spinto da chissà quale folle impulso, avrebbe concepito l’impresa destinata, nelle sue intenzioni, a riscattare una vita avara di senso e di gratificazioni: spingere una botte per i 3’200 chilometri che separano Puerto San Julian, nel fondo della Patagonia, a Buenos Aires. Una storia che Soldini racconterà anche in un libro picaresco e intenso, “Tango per emigranti e vagabondi”, uscito nel 2009.


La bambina e la fotografia

1 febbraio 2011

Nel giugno 1972 una fotografia fece rapidamente il giro del mondo cambiando per sempre il modo di vedere la guerra del Vietnam – e la guerra in generale. Raffigurava una bambina che corre nuda lungo una strada, urlando per il dolore provocato dal napalm. Il suo nome era Kim Phuc.

Ricoverata per molti mesi in un ospedale militare americano, contro ogni aspettativa Kim riuscì a sopravvivere, nonostante le ustioni che avevano devastato il suo corpo. Tornò al suo villaggio, alla sua famiglia. A lungo lei e la famosa foto vennero utilizzate dal governo nordvietnamita come strumento di propaganda. Era un “simbolo nazionale della guerra”. Ebbe la possibilità di studiare a Cuba, dove negli anni Ottanta conobbe il giovane studente che sarebbe diventato suo marito. Poi nel ’92, di ritorno da un viaggio a Mosca, la scelta che avrebbe – ancora una volta – cambiato la sua vita: la fuga in Canada. L’incontro, negli USA, con il Vietnam Veterans Memorial Fund. E di lì a poco, la nascita della fondazione che porta il suo nome, la Kim Phuc Foundation, che promuove la pace e il perdono.

Ho conosciuto Kim Phuc alcuni anni fa. Era a Comano per una puntata del programma “Era Ora”. Una signora gentile e sorridente. In lei le ferite del passato sembravano essere state lenite dalla sorpresa continua di fronte a ciò che la vita le ha riservato.  “So che può essere difficile crederlo – dice oggi – ma a volte mi piace ripensare alla bambina che correva gridando giù per quella strada. Non è solo un simbolo della guerra: è il simbolo di un grido per la libertà”.

Alla vita di Kim Phuc è dedicato il documentario di Marc Wiese “La bambina e la fotografia”, in onda su LA 1 giovedì 10 febbraio alle 22.30 nell’ambito del settimanale Il filo della storia, curato da Silvana Bezzola.


Haiti dopo il terremoto – un’anteprima a Lugano

28 gennaio 2011

Fra le molte occasioni di contatto diretto fra la RSI e il suo pubblico, le anteprime di film e documentari sono diventate negli ultimi anni una delle più apprezzate. Permettono di approfondire aspetti solitamente poco noti della produzione televisiva, di conoscere in prima persona gli “addetti ai lavori”, di confrontare in un clima informale opinioni e punti di vista. La prossima serata, mercoledì 2 febbraio (ore 20.15) al Cinestar di Lugano, è dedicata ad una delle grandi catastrofi dei nostri giorni: il terremoto che il 12 gennaio scorso ha devastato Haiti, provocando la morte di 250 000 persone e un milione di senza tetto. È il tema di “Sopravvivere al diavolo”, documentario di Fulvio Bernasconi realizzato in collaborazione con l’organizzazione medico-umanitaria Medici senza Frontiere. All’indomani del sisma MsF è intervenuta immediatamente in diversi luoghi di Haiti. Fra l’altro, con la costruzione di un ospedale d’emergenza a Léogâne, la città più vicina all’epicentro, distrutta per il 90%. Un ospedale diventato un’ancora di salvezza per le persone che vi sono curate, ma anche per quelle che ci lavorano. “Sopravvivere al diavolo” (che andrà in onda su LA 1 nell’ambito di “Storie” domenica 6 febbraio alle 20.45) è il ritratto di alcuni haitiani che cercano di andare avanti e di ricostruirsi una vita dopo la catastrofe.

La proiezione del documentario sarà seguita da un incontro con chi ha vissuto in prima persona le conseguenze del terremoto sulla popolazione: come Paolo Gaffurini, chirurgo ortopedico, e Maurizio Campailla, coordinatore d’emergenza per MsF.

Per partecipare all’anteprima, meglio annunciarsi: all’indirizzo office-lugano@geneva.msf.org, o telefonando allo 091 8035417.


Per Enzo Baldoni. Un appello di Enrico Deaglio

16 dicembre 2010

Enzo Baldoni aveva lavorato anche con la (allora) TSI. Il giorno prima di partire per l’Iraq, nel 2004, era passato da Lugano per gli ultimi ritocchi alla campagna pubblicitaria che avevamo progettato assieme. Sei anni dopo la morte in Iraq, il suo corpo è tornato in Italia. In una gelida notte di questo dicembre, con Enrico Deaglio, il suo direttore a Diario, abbiamo viaggiato verso Preci, il paesino dove ora è sepolto, per salutare lui e la sua famiglia.  Poi Enrico ha scritto questo ricordo, che contiene un appello al presidente Napolitano.

Era partito a 56 anni. È tornato sei anni, tre mesi e dieci giorni dopo, in una cassa di legno grezzo, più una scatola che una bara. È stato sepolto a Preci – minuscolo splendido paese tra l’Umbria e le Marche, a mezza costa dei monti ibillini, sabato 27 novembre, giornata tersa e gelida; i boschi sono identici ai loro antenati di mille anni fa; e della stessa antichità sono le pietre bianche e rosa messe insieme a costruire strade, ponti, parapetti e la chiesetta, stracolma: il sindaco indossa la fascia tricolore, il vigile porta il gonfalone, il prete assicura che risorgerà nella pienezza del suo corpo, la famiglia Baldoni ha qui radici lunghissime. Antonio, il padre di Enzo, assomiglia a un solido, contorto, albero secolare. A 88 anni, abbraccia e accarezza tutti quelli che sono venuti a salutare il suo figliolo tornato a casa.
Enzo Baldoni venne rapito e ucciso in Iraq sei anni fa, ovvero un secolo fa. Nel 2004 Bagdad era la città più conosciuta del pianeta; l’esercito americano aveva invaso il Paese perché Saddam Hussein stava per lanciare una bomba atomica sugliStatiUniti; il 70 per cento degliamericani era convinto che Saddam avesse organizzato le atrocità dell’ 11settembre.
Beh, come sapete, era tutto falso.
Enzo Baldoni viveva a Milano, di mestiere pubblicitario, un uomo intelligente e curioso. Animava un popolarissimo blog – Zonker’s Zone – , era il traduttore italiano delle storie di Doonesbury e ogni anno, invece di fare le ferie sotto l’ombrellone, andava a curiosare il mondo: il Ciapas, Timor Est, la Colombia. Aveva scritto per il settimanale Diario dei reportage eccezionali, per intuito, vivacità, intelligenza, ritmo e coraggio. Usava ilMac, la Nikon, il web come fossero sue naturali estensioni e nulla poteva impedirgli di andare in Iraq. Un anno dopo la sua uccisione, sua moglie Giusi ricevette il laptop ammaccato che aveva lasciato a Bagdad: migliaia di foto, note, archivi. Guardandoci dentro, si capì quanto Enzo fosse un fuoriclasse del giornalismo.
Nell’agosto 2004, Enzo Baldoni guidò un convoglio della Croce Rossa italiana da Bagdad a Najaf, dove l’esercito americano assediava il leader sciita Moktada al Sadr. Enzo riuscì a intervistarlo nella moschea di Alì, bombardata. Al
ritorno, a Latifia, una mina fece saltare la sua macchina; uomini di Al Qaeda uccisero subito il suo autista e mostrarono lui in video. Dato che nessuna istituzione dall’Italia fece la voce grossa, lo uccisero. I terroristi hanno cercato per anni di fare affari con il suo cadavere e hanno concluso un’infamante trattativa nell’aprile scorso. Alla famiglia Baldoni (non allo Stato italiano) l’onere di verificare, con un’analisi del Dna, che i resti fossero davvero i suoi. Ecco a che cosa è stato costretto il babbo di Enzo, il padre Priamo della nostra epoca. Enzo Baldoni è stato un testimone libero e coraggioso della guerra immonda che ha aperto il secolo ventunesimo; lo Stato italiano ha fatto pochissimo per lui, ma ora – e questo è un piccolo appello – il presidente Napolitano potrebbe dargli una medaglia al valor civile, alla memoria. Enzo Baldoni se la merita più di chiunque altro abbia operato in Iraq sotto la bandiera italiana, in quella guerra ormai dimenticata.


Hugo Pratt in Africa

25 novembre 2010

Non è una prima tv, quella che “LA 2 doc” propone lunedì 29 novembre alle 21.00. Ma è un documentario così intenso, “Hugo Pratt in Africa”, che merita davvero di esser visto (o rivisto). Intenso a partire dal titolo, in cui sono accostati un uomo e un continente che rappresentano, ognuno a suo modo, due universi mitici, ed evocano sensazioni, avventure, emozioni che ti prendono dentro per non lasciarti più. Nel ricostruire il rapporto di Hugo Pratt con il continente nero, l’autore Stefano Knuchel è partito da un episodio rivelatore: “quando è scomparso, nel 1995, il mondo intero ha reso omaggio al papà di Corto Maltese. Si è detto di lui che era un grande artista e un grande avventuriero. Ma nessuno ha detto che al momento della sua morte stringeva sul petto una croce etiope. Il suo rapporto con l’Africa è rimasto misterioso fino alla fine”.

È alla scoperta di questo rapporto, e di questo mistero, che il documentario di Knuchel ci porta, grazie a filmati assolutamente inediti e a un viaggio – un pellegrinaggio, quasi – sulle tracce della presenza del grande fumettista in Africa. Una presenza che affonda le radici nel 1936, quando Pratt arriva in Etiopia con la famiglia. Ha appena dieci anni, e si ritrova proiettato dalla sua tranquilla infanzia veneziana nella sciagurata avventura fascista dell’Africa Orientale Italiana. I sei anni che vi trascorre segneranno per sempre la sua vita e la sua opera. Arruolato di forza diventa il più giovane soldato di Mussolini, e confrontato alle crudeltà e alle ambiguità della guerra sviluppa la morale che darà vita ai suoi personaggi, dal Tenente Koinsky a quel Corto Maltese che lo renderà celebre, facendone un autore di culto per generazioni di appassionati.


L’arte della divulgazione

10 novembre 2010

“Un vero giornalista – disse molti anni fa Leo Longanesi – è uno che riesce a spiegare benissimo le cose che non ha capito”. L’affermazione fa sorridere (soprattutto i giornalisti: a tutti, una volta o l’altra, è capitato di identificarsi in quest’aforisma), ma per fortuna esprime solo una parte della verità. La divulgazione, nonostante tutto, resta una componente imprescindibile del lavoro dei mass media. Costa tempo e fatica: ma se è ben fatta rende un servizio prezioso alla collettività. E a volte ottiene riconoscimenti inattesi. Come è accaduto al “Giardino di Albert”, che è stato invitato nei giorni scorsi a Ginevra ad un meeting indetto dall’ Agenzia internazionale per l’energia atomica e dall’Organizzazione Mondiale della Sanità.

In una delle ultime puntate, il domenicale RSI di divulgazione scientifica aveva dedicato un servizio di Davide Conconi e Fabio De Luca al radon, gas radioattivo di origine naturale che si infiltra nelle abitazioni con conseguenze poco salutari per l’uomo. È toccato allo stesso Conconi, nella sede dell’OMS, presentare agli specialisti motivazioni e modalità produttive del filmato. Da un lato spiegando cosa significa mediare e tradurre a beneficio del pubblico il linguaggio, spesso ostico, che caratterizza gli argomenti scientifici; dall’altro, descrivendo le tecniche utilizzate dal “Giardino” per avvicinare le famiglie alla scienza. I buoni risultati del programma in termini di qualità scientifica e divulgativa – ha concluso Conconi – sono il frutto anche del “rapporto di fiducia e di  scambio che si è instaurato fra la redazione del “Giardino di Albert” e i tecnici e scienziati presenti sul territorio”.


La chiave di Toni

2 novembre 2010

Fra i tanti effetti collaterali di veline, pacchi e voyeurismo, ce n’è uno che rende particolarmente nefaste le varie perversioni mediatiche che dominano la scena televisiva “italofona”: il fatto che esse contribuiscano a mettere in ombra, nella percezione collettiva, quanto di buono, nonostante tutto, la tv riesce ancora a fare in ambiti che generalmente restano lontani dalle luci della ribalta.
Anche per questo è bello che ogni tanto le scelte produttive di molti programmi RSI (decisamente controcorrente, da questo punto di vista – e per fortuna) abbiano un’eco che va oltre i nostri confini. La notizia è questa: “La chiave di Toni”, un servizio realizzato per “Falò” da Roberto von Flüe e Enrico Pasotti, è fra i finalisti del premio “L’anello debole”, che seleziona “i migliori esempi di trasmissioni radiofoniche, televisive, e opere cinematografiche brevi dedicate a fatti e vicende della popolazione ritenuta «fragile», perché «periferica» o «marginalizzata»”.
Il premio, bandito dalla Comunità di Capodarco, nelle Marche, sarà attribuito nei prossimi giorni. Ma il palmares, tutto sommato, non è così importante. Ciò che conta è che rassegne come “L’anello debole” dimostrino, sia pure per un istante, che esiste un linguaggio diverso dal pietismo e dal voyeurismo per raccontare l’emarginazione, e soprattutto la lotta contro l’emarginazione. È ciò che Pasotti e von  Flüe hanno provato a fare raccontando la vicenda di Toni, 58enne della Valle Maggia affetto dalla sindrome di Down, insofferente agli spazi del laboratorio protetto. Lo hanno seguito nella sua vita quotidiana: per verificare se e come sia possibile, per una persona considerata problematica, guadagnarsi un posto nel “grande mondo” dei cosiddetti “normali”, apparentemente poco disposto a concedere spazio ai diversamente abili.

“L’anello debole” è seguito anche dal Corriere della sera


Il web è morto?

25 ottobre 2010

Qualcuno ricorda quando è nato il web? Ci conviviamo, da anni, così intensamente da avere l’impressione che sia sempre esistito. In realtà fino a poco fa era poco più che un pargolo: solo in questo 2010, al compimento del diciottesimo anno, è diventato maggiorenne. E come molti neo-adulti, ha deciso di voltare le spalle all’infanzia, e di diventare altro. Qualcuno, in realtà – come Chris Anderson, direttore di Wired USA, uno dei più acuti osservatori del mondo dei new media – arriva addirittura a dire che Internet è morta, almeno nell’accezione che ne abbiamo comunemente. E dargli torto è maledettamente difficile.

Morto, in che senso? Se, mentre leggete quest’articolo, sul vostro computer (o palmare) è aperto Facebook, o iTunes per scaricare musica, o Skype per telefonare gratis, o una finestra per chattare, o un gioco online, in realtà potete già immaginare di cosa stiamo parlando: in un batter d’occhio, quelle (e pochissime altre) piattaforme di diffusione planetaria hanno conquistato il mondo. Si sono appropriate del nostro tempo. E ci hanno allontanato dall’uso di Internet fatto di salti più o meno casuali da un sito all’altro che caratterizzava la navigazione online dei primi tempi.

Il fatto che Facebook abbia cannibalizzato una parte consistente del tempo-web di qualcosa come mezzo miliardo di persone è solo il segnale più evidente di una tendenza che agli osservatori è ben nota. “Oggi – scrive lo stesso Anderson sulla sua rivista – il contenuto che vedi con il tuo browser ammonta a meno di un quarto del traffico Internet, e la percentuale è in calo”. Tutto il resto sono dati che passano sì per la rete, ma per fornire contenuto alle applicazioni. Non è un caso se il settore più vivace e creativo nella programmazione informatica è oggi quello delle cosiddette “app” per iPhone. E non a caso l’iPhone e il nuovo arrivato iPad, insieme al loro creatore Steve Jobs, sono il cuore pulsante della rivoluzione che sta portando dal Web 2.0 al dominio del consumo “mobile”. Fra cinque anni, infatti – stando a ricerche di Morgan Stanley citate da Anderson – “il numero di utenti che accederanno alla rete da congegni mobili supererà quello di coloro che lo fanno tramite PC”.

A ben vedere, se si guarda a questa tendenza dal punto di vista degli investitori, non c’è molto da stupirsi. L’ubriacatura generale che in passato ha fatto sì che tutto ciò che era “online” fosse percepito come “nuovo”, e dunque ben accetto, non poteva durare a lungo, a fronte dell’incapacità di individuare un modello finanziario efficace.  Di fatto, oggi appare chiaro che nella parte di Internet più “tradizionale”, quella dominata da Google, non c’è spazio per la pubblicità. I banner ci sono, certo: ma, semplicemente – come scrive ancora su Wired un altro guru, Michael Wolff, “si sono rivelati un mezzo pubblicitario miserabile”. E nell’era della convergenza e dei new media si è verificato un fenomeno che ha del paradossale: la pubblicità su Internet langue (e non è mai andata molto oltre il 10% dell’investimento complessivo), mentre quella in tv arriva al 40 per cento.

Il motivo di questo solo apparente paradosso, il quale fa sì che “un consumatore online continua a valere molto meno di un consumatore offline”, è semplice. Il web – cito lo stesso Wolff – scoraggia in modo quasi maligno quel genere di attenzione sistematica, coordinata e concentrata sulla quale si fonda l’esistenza dei marchi”. Quell’attenzione che invece il pubblico continua a dedicare alla pubblicità in tv, e in generale sui media tradizionali. Anche perché “le inserzioni sul web non si sono sviluppate in quel modo raffinato, abile e mirato che caratterizza la pubblicità sugli altri tipi di medium”. Di conseguenza, ricorda Wolff, in mancanza di solide fonti di introito pubblicitario, Internet si è riempita di “contenuti-spazzatura” grazie a società che “hanno capito come l’unico modo di fare soldi in rete sia quello di spendere per i contenuti ancora meno di quello che gli inserzionisti sono disposti a pagare per la pubblicità” (e cioè poco, pochissimo, quasi niente).

Non poteva durare a lungo. E non è durata. Forse suona un po’ brutale affermare che negli ultimi due o tre anni qualcuno ha deciso che era ora di cominciare a fare soldi “veri”, e ha cambiato le regole di Internet. Di fatto, l’Internet aperta di cui Google è il simbolo perde terreno giorno dopo giorno (anche perché Google era l’unica a guadagnarci). E si affermano sempre di più i sistemi chiusi e ben più remunerativi che, pur usando la rete come mezzo di trasporto, costituiscono mondi a parte. “Fin dagli albori del Web commerciale – sintetizza Wolff – la tecnologia ha oscurato il contenuto. Il nuovo business model cerca di far sì che il contenuto – ovvero il prodotto – oscuri la tecnologia”. Non moriremo schiavi dell’Html, insomma. Ma di Facebook e dell’iPhone. A ciascuno il proprio destino.

(NT su “La rivista”, Zurigo, novembre 2010)