Posts Tagged ‘Radiotelevisione svizzera’

I Frontaliers e la radiotelevisione

22 giugno 2012

Ci ha messo pochi giorni, il contatore di You Tube, a registrare il visionamento numero 3000 di “I Frontaliers e la RSI”, primo di una serie di quattro video che raccontano l’attività della radiotelevisione. Inutile sprecare la parola “successo”: quando si tratta dei Frontaliers, il duo di gran lunga più celebre della Svizzera italiana, il sostegno indiscriminato da parte del pubblico sembrerebbe un fatto acquisito. Però in questo caso non si tratta delle scenette alla dogana di Bizzarone cui Paolo e Flavio ci hanno abituati, ma di filmati più lunghi in cui i Frontaliers sono solo uno degli elementi. Insieme al regista Nick Rusconi e a Marco Bielli che si è occupato della produzione, infatti, abbiamo realizzato la serie con l’obiettivo di raccontare la RSI e le sue attività, di spiegare il senso di un’azienda di servizio pubblico, di sottolinearne l’importanza per la Svizzera italiana. La risposta convinta da parte del pubblico ci ha dato ragione. Proprio nei giorni scorsi – sul sito RSI, su You Tube e su Facebook – è stato pubblicato l’ultimo dei quattro episodi

Gusberto Bussenghi e Costante Bernasconi

Gusberto Bussenghi e Costante Bernasconi

, che racconta l’importanza della RSI come memoria storica del Paese. Un filmato che introduce due nuovi personaggi nella saga Frontaliers: lo “sfrosatore” Gusberto Bussenghi e la guardia di confine Costante Bernasconi. Ovvero, i nonni dei nostri eroi: già sessant’anni fa, ai tempi “eroici” del contrabbando, impegnati in duelli all’ultima battuta sul filo della ramina. Per l’occasione, la colonna sonora del video – una particolarissima versione della canzoncina del frontaliere di Usmate Carate, ideata ed eseguita nientepopodimeno che dal maestro Diego Fasolis – è a disposizione degli appassionati come suoneria per il cellulare, scaricabile direttamente dal sito RSI.ch.

Il santo con le scarpe alla moda

30 ottobre 2009

affreschiC’e una tv come l’abbiamo conosciuta finora. Fatta di studi e riflettori, telecamere e regie, e di mille altri elementi. È una tv in cui salvo rare eccezioni i risultati sono direttamente proporzionali ai mezzi impiegati. Una scenografia non la si realizza con quattro soldi. Una buona illuminazione richiede settimane di lavoro preparatorio. La posizione e i movimenti di un conduttore in studio non si improvvisano. E cosi via. Questa tv non la si fa con quattro soldi. È costosa, e richiede competenze altamente specializzate. Non a caso una gran parte dei programmi che si vedono sulle emittenti di tutto il mondo è costruita sulla base di “format” progettati da case di produzione specializzate: vere e proprie multinazionali dell’intrattenimento tv. Ma i tempi cambiano, e – soprattutto per una televisione piccola come la nostra – sempre più si impone la necessità di programmi “snelli”, realizzati con pochi mezzi. Programmi in cui una buona idea è tutto ciò che serve (o quasi). Oggi, grazie alle videocamere tascabili e ai sistemi di montaggio su computer, questo è possibile. Un bell’esempio – seppur in formato “micro”: un minuto appena – è quello che va in onda in questi giorni, verso le 12.20, a “latele” (e non a caso: “latele” era nata proprio per sperimentare modalità “leggere” di fare tv). La serie si intitola “L’affresco racconta”, è curata da Daniel Bilenko ed è ispirata dal libro “Cento piccole meraviglie” (edizioni Buona stampa) del fotografo Ely Riva, che “per trent’anni ha girato la Svizzera Italiana visitando e fotografando praticamente ogni chiesa di paese e tutte le cappelle sperdute”. La Madonna che tira bombe ai turchi, il santo con scarpe alla moda nel medioevo, un papa insieme a un vescovo e un cardinale nel calderone dell’Inferno: “L’affresco racconta” propone uno sguardo diverso sull’arte sacra e sul passato, terre-à-terre, per nulla pedante, accessibile: molto umano, insomma.

La tv svizzera vista dagli altri

24 ottobre 2009

42-15254484Dopo l’articolo di due settimane fa sul rapporto fra televisione e identità regionale mi hanno scritto diversi lettori: quasi tutti, guarda caso, dalla vicina penisola. Ne cito uno particolarmente significativo: “Ho appena letto il suo fondo su Ticino7 – scrive Dario – e lo condivido totalmente. Passando il confine, si può dire che ciò che manca attualmente, e credo continuerà a mancare in futuro, alla televisione italiana è la capacità di difesa del territorio, intesa ovviamente nel senso puro del termine, scevro da qualsiasi connotazione politica. Le iniziative di divulgazione e approfondimento territoriale, poche, delle sedi regionali della Rai annegano in palinsesti agitati e spesso sono trasmesse a orari che ne rendono difficile la fruizione. Oltretutto da noi la replica pare un offesa al pubblico, anziché un favore come in realtà è”. Un parere che non deve stupire: da sempre “la Svizzera” – come la nostra tv viene spesso abbreviata in Italia – è più apprezzata fuori dei confini che all’interno. “Ho comprato il primo decoder digitale terrestre da pochissimo – spiega Christian – dopo molti mesi senza vedere la tv svizzera. È stata una bella ri-scoperta. Il rischio di una deriva commerciale è reale e se giro sulla Rai direi inevitabile, ma ad oggi trovo nell’offerta della RSI un buon compromesso tra qualità, contenuti e pubblicità”. “Se è vero – aggiunge Melania – che ci potrebbero essere altri programmi più culturali è anche vero che la tv non deve essere per forza solo questo ma anche intrattenimento… Ad ogni modo, se si confrontano LA 1 e LA 2 (due piccoli canali) con quello che offrono le tre reti Rai più Mediaset, questi (si parlava dell’accusa alle reti RSI di essere troppo poco “culturali”, ndr) mi sembrano i capricci di qualcuno troppo viziato”. Il dibattito è aperto.

Prepariamoci all’alta definizione. Ma per davvero

31 agosto 2009

hdsuisseMi sembrò esagerato, quattro o cinque anni fa, l’entusiasmo di una coppia di amici residenti negli Stati Uniti davanti al loro primo televisore in alta definizione. Erano come bambini la mattina di Natale. Per settimane, a catturare la loro attenzione non furono i programmi, ma l’incredibile ricchezza dei dettagli. Lo schermo era – credo – un 50 pollici (da quelle parti le mezze misure non vanno un gran ché, com’è noto). E loro stavano lì, a bocca aperta, a “contare i capelli” nelle immagini e a incantarsi per l’intensità dei colori.
In America l’HD, come (quasi) tutto, è arrivata ben prima che in Europa. In Svizzera a fine 2007 la SSR aveva lanciato il canale HDsuisse per aprire la strada all’alta definizione. Detto fatto: il conto alla rovescia è iniziato, e fra tre anni, a partire dal 2012, LA 1, LA 2 e tutte le altre reti tv della SRG SSR idée suisse andranno in onda in alta definizione. Per altri tre anni continuerà la trasmissione contemporanea anche nel formato “tradizionale” (il “simulcast”, dicono gli addetti ai lavori). Dopodiché, nel 2015, l’HD manderà in pensione definitivamente la “standard definition”. Già oggi in Svizzera 150’000 abitazioni sono equipaggiate con un televisore HD; nel 2012 si prevede che questo numero raggiungerà il 20% delle economie domestiche.
(Per tutte le domande del caso, la SSR ha allestito una hotline a tariffa normale dedicata a HD suisse e HDTV: il numero è lo 0848 344488).

Una lettera di insulti, un investigatore fascinoso e il dono della leggerezza

27 agosto 2009

the-mentalistRicordo una lettera arrivata qualche tempo fa, fra le mille altre, a Comano. Se non erano insulti, poco ci mancava. Niente di insolito: il tiro alla radiotelevisione, come è noto, è sport assai diffuso a queste latitudini. Ma quel telespettatore ce l’aveva con la (allora) TSI per un motivo singolare: aveva trasmesso, in prima tv, un certo film in contemporanea a Canale 5. Lui si era trovato, quella sera, una possibilità di scelta in meno, e gridava (pure lui): “vergogna”!
Vergogna? E perché mai? Perché invece di battere sul tempo i colossi italiani, la minuscola (in proporzione) televisione svizzera aveva solo pareggiato? Perché di questo si tratta: passano per anni, uno dopo l’altra, film e serie tv in prima visione, e si comincia a dare per scontato che sarà sempre così. Per diritto naturale. Magari immaginandosi Rai e Mediaset che aspettano educatamente la RSI prima di mandare in onda Grey’s Anatomy o Lost…
Il fatto è che se LA 1 e LA 2 riescono spesso ad anticipare la concorrenza, è perché dietro le quinte c’è qualcuno che fa un gran lavoro: nella fattispecie, il piccolo team che sceglie le fiction da acquistare. L’ultimo bel risultato molti l’avranno visto mercoledì su LA 1, quando (in anticipo rispetto a Italia 1, tanto per cambiare) è partita la serie The Mentalist. In America ha spopolato. Il suo protagonista, Patrick Jane, è interpretato da Simon Baker: era lo scrittore che fa il filo ad Anne Hathaway ne Il diavolo veste Prada. Ha scalzato il dottor Stranamore di Grey’s Anatomy nella classifica dei più sexy della tv, qualcosa vorrà dire.
The Mentalist è un poliziesco che ti incolla alla poltrona andando controcorrente rispetto agli ultimi serial tv: laboratori scientifici e tecnologie sofisticate vengono soppiantate da un personaggio che riesce a osservare e collegare fra loro i dettagli più insignificanti (in apparenza). Procura più sorrisi che tensione, un po’ come faceva il tenente Colombo: regalandoci ciò di cui più abbiamo bisogno, in questi tempi in cui la leggerezza, quella vera, è merce rara.